Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Una recente sentenza della Suprema corte di cassazione (la n. 7167 del 13 marzo 2019) ci permette di fare alcune riflessioni in materia di licenziamento c.d. “economico”, ossia per motivi organizzativi e produttivi.

Rammentiamo che per tutti i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 (cioè ad oggi ancora la maggior parte) vige l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevede in caso di illegittimità di tale tipologia di licenziamento il solo indennizzo da 12 a 24 mensilità, riservando la tutela reintegratoria ai casi di “manifesta infondatezza” dei motivi posti alla base della decisione datoriale di espellere il lavoratore.

I commentatori, sia pure con qualche difficoltà (in cosa diverge la infondatezza semplice da quella manifesta?), avevano da subito enucleato tale nozione – e quindi ritenuto applicabile la tutela reintegratoria – ai soli casi in cui il motivo enunciato fosse totalmente assente: pensiamo, ad esempio, ad una riorganizzazione mai attuata, ad un calo di lavoro smentito dai documenti e da una successiva immediata assunzione.

Insomma, casi estremi.

Nella maggior parte dei casi il licenziamento per motivi oggettivi viene invece dichiarato illegittimo perché esiste un posto alternativo, magari in mansioni inferiori, da destinare al lavoratore licenziato; ovvero perché il licenziato, a parità di mansioni, ha anzianità e carichi di famiglia inferiori a quelli dei colleghi mantenuti in forza.

Tutte ipotesi in cui la riorganizzazione enunciata nella lettera di licenziamento è tuttavia realmente sussistente e viene provata in giudizio.

La novità del caso sottoposto alla Suprema corte sta nel fatto che si è arrivati alla reintegrazione pur in presenza di riorganizzazione effettiva, ma che nulla ha a che vedere con il lavoratore licenziato.

Vediamo per quali motivi.

Il reparto di cui si discuteva era stato in effetti soppresso per essere esternalizzata la relativa attività, affidata in appalto ad una ditta esterna.

Nessuna discussione quindi sulla veridicità del riassetto.

Tuttavia, il lavoratore poi licenziato assieme ai colleghi, era stato “spostato” nell’area dei servizi in questione proprio a ridosso dell’esternalizzazione.

La corte ha quindi dichiarato insussistente – non tanto la riorganizzazione, quanto – il nesso di causalità tra il riassetto organizzativo e quel licenziamento; quello cioè di persona artificiosamente spostata poco prima nel reparto in via di dismissione.

Il licenziamento sarebbe stato dichiarato legittimo se il lavoratore fosse stato adibito a quel reparto da un tempo più lungo, di tale durata da far ritenere ragionevole la sua appartenenza ormai acquisita al reparto per ragioni obiettive e non fraudolente.

Di tale principio, del tutto condivisibile, bisognerà ovviamente tenere conto nell’analisi di futuri licenziamento per sfuggire alla “tentazione” (già praticata e sanzionata dalla giurisprudenza in materia di licenziamenti collettivi) di spostare il personale non per ragioni produttive ma al solo fine di liberarsi di lavoratori non graditi.

Articolo a cura dell’Avv. Alessandro Di Stefano dello Studio Legale De Martini – Ferrante & Associati.