Assumere una COLF in nero: quanto si rischia?

Se le collaboratrici non vengono assunte, non sono assicurate, lavorano senza una busta paga, retribuite non sulla scorta di quanto prevede il contratto collettivo di categoria, il Datore di Lavoro (o meglio la “famiglia”) senz’altro incorre in sanzioni salatissime sia di natura amministrativa, civile che penale

In questi ultimi il Ministero del Lavoro ha infatti inasprito le sanzioni per contrastare il lavoro nero.

Ma oltre le sanzioni amministrative e civili per l’omesso pagamento dei contributi INPS e premi INAIL si corre il rischio di trovarsi una vertenza sindacale con la colf per retribuzioni non corrisposte, ferie arretrate, permessi, TFR, straordinario, contributi non versati, ecc. ecc.

È facile infatti immaginare che, se per una ragione o per un’altra il rapporto di fiducia dovesse incrinarsi, sorgerebbe il problema di difendersi dalla vertenza con la colf. E, di certo, una causa di questo tipo potrebbe significare lacrime amare per il Datore di Lavoro (la famiglia).

Vediamo nel dettaglio ora le relative sanzioni amministrative e successivamente come potersi difendere da una vertenza con la colf.

Qualora la famiglia “decide” di assumere in nero una collaboratrice domestica si applicano le stesse sanzioni previste per il lavoro in nero dal Decreto Semplificazioni (d.lgs. 151/2015).

La sanzione varia a seconda del numero di giorni di impiego in nero; ad esempio, entro i 30 giorni l’importo della sanzione va da un minimo di euro 1.500 ad un massimo di euro 9.000.

Da 1 a 2 mesi, invece, l’importo massimo della sanzione può salire a euro 18 mila (per un minimo di 3 mila), mentre per il periodo successivo ai 60 giorni la multa va dai euro 6.000 ai euro 36.000.

Ed anche nel caso delle colf e delle badanti bisogna fare particolare attenzione al possesso del permesso di soggiorno. L’assunzione in nero di una collaboratrice domestica non in regola con il permesso, infatti, comporta un aumento della sanzione amministrativa del 20% 

Chi preferisce rischiare deve essere al corrente del pericolo che corre nel caso in cui la collaboratrice domestica decidesse, d’un tratto, di pretendere differenze retributive, straordinari e contributi di previdenza

«Non c’è la prescrizione?»  Sì c’è, ma è come se non ci fosse perché il termine per pretendere gli arretrati – che è di cinque anni – inizia a decorrere da quando il rapporto di lavoro è terminato. Il che significa che se la colf è ancora in servizio e fino a ieri ha lavorato, può chiedere tutte le somme maturate dal primo giorno di lavoro, anche se questo risale a molti anni addietro.

 Per limitare i danni dovrebbero essere prese delle precauzioni. Così facendo, se anche non riuscirà mai a “parificare il conto”, quantomeno potrà limitare la misura del risarcimento.

E’ bene che si sappia ciò che la colf può fare.

 Questa, innanzitutto, può citare il Datore in tribunale per chiedergli tutte le retribuzioni arretrate di cui il Datore non riesce a dimostrare il versamento. Se, ad esempio, ha sempre pagato in contanti e non si è mai fatto rilasciare una ricevuta, la colf potrebbe dire che non ha mai ricevuto nulla. A quel punto, spetterebbe al Datore dimostrare il contrario. Se non si ha eseguito un bonifico o non si ha una quietanza o una busta paga regolarmente firmata sarà difficile fornire la prova dell’esatto adempimento e quindi chi opta per i contanti lo fa a proprio rischio e pericolo dovendo ovviamente procurarsi la ricevuta di pagamento per contrastare eventuali eccezioni di controparte.

In più, se si ha pagato la colf meno di quanto previsto dal contratto collettivo, potrà sempre chiedere le differenze retributive.

In secondo luogo la colf può pretendere i contributi di previdenza sin dall’inizio del lavoro. Qui non si ha modo per difendersi perché, se il rapporto è stato sempre “in nero”, non si è mai versato alcuna somma all’Inps, incorrendo nella violazione della normativa del versamento obbligatorio dei contributi.

Per non parlare del caso in cui la collaboratrice dovesse farsi male: l’infortunio sul lavoro non sarebbe coperto dall’ Inail e a rispondere di tutti i danni sarebbe il Datore. Il che potrebbe voler dire migliaia di euro per il risarcimento.

Poi ci sono i permessi, le ferie, gli straordinari e tutto ciò che la domestica assumerà (magari strumentalmente) di non aver mai ricevuto e che il Datore dovrebbe invece dimostrare per non dover mettere di nuovo mano al portafogli.

È chiara una cosa: se il rapporto di lavoro è in nero, il Datore non assume alcuna precauzione scritta che, magari, potrebbe rivelarsi – a suo modo di vedere – una zappa sul piede. Ed allora tutto resta “sulla parola”, confidando sulla lealtà delle parti.

Ma quando si viola la legge, non c’è lealtà che tenga. Ed allora, al di là degli accordi verbali, la colf potrebbe sempre rimangiarsi la parola e pretendere ciò che l’ordinamento le riconosce.

Fermo comunque e sempre il consiglio di regolarizzare sin dall’inizio il rapporto si può correre ai ripari, fino a che il rapporto non è conflittuale, con alcuni accorgimenti:

 Prospetto giorni di lavoro e ferie

Affinché un giorno la colf non dica che il Datore l’ha fatta lavorare dalla mattina alla sera, dodici mesi su dodici, e quindi pretenda stipendi non dovuti, straordinari e ferie non godute, si consiglio di fare un prospetto con l’indicazione di tutti i giorni in cui è stata eseguita la prestazione di lavoro. Naturalmente questo documento dovrà essere firmato da entrambe le parti e conservato bene nel cassetto.

Se vengono concessi permessi e ferie, queste dovranno essere analiticamente annotate sul prospetto.

Quietanze di pagamento

Ogni volta che si consegnano soldi contanti alla colf ci si fa rilasciare una ricevuta di pagamento. Questo certamente non ci tutelerà dalla richiesta dei contributi di previdenza o dalle eventuali differenze retributive se è stata pagata meno del contratto collettivo, ma almeno servirà a limitare i danni e a non pagare due volte le stesse somme.

Nella ricevuta di pagamento si dovrà indicare la data in cui la somma viene versata e il riferimento alla prestazione lavorativa. Ecco una possibile formula:

«Io sottoscritta… ricevo in data … dalle mani del sig. … la somma di euro … come corrispettivo per l’attività svolta in data … dalle ore … alle ore …».

Assicurazione

In teoria, si potrebbe assicurare la colf anche se non è stata assunta, così evitando il rischio di un risarcimento per infortuni sul lavoro.

Il permesso di soggiorno

Se si tratta di una immigrata, assicuriamoci almeno che abbia il permesso di soggiorno. Diversamente, se si assumi una irregolare, si commette reato e dalle sanzioni amministrative si passerebbe a quelle penali.

Alla cessazione del rapporto di lavoro

Alla fine del rapporto di lavoro, è opportuno farsi firmare una quietanza in cui la domestica dichiara di non aver più nulla a che pretendere e di ritenersi soddisfatta in ogni diritto. Anche qui non si  sarà sicuri del fatto che, nei successivi 5 anni, possa chiedere i contributi previdenziali ed eventuali differenze retributive – cui non si può rinunciare – ma non potrà esigere  presunti stipendi mai corrisposti.

Licenziamento e preavviso

Si ricorda, infine, che il licenziamento della colf può avvenire anche in tronco, ossia senza giusta causa o giustificato motivo. Per cui, almeno sotto questo fronte, saremo al sicuro. A meno che non risulti che sia stata mandata via per motivi discriminatori (come ad esempio una gravidanza o per il fatto di non aver acconsentito ad avances sessuali).

Si rimane a disposizione per ogni ulteriore informazione.

avv. Varniero Varnier